La Divina Ispirazione (racconto di Jole Pallocchini)

La notte è chiara. Nel buio, attorniato dalle scure sagome di alberi e arbusti, c’è Dante, disteso sull’erba e rivolto su un fianco. I suoi occhi sono chiusi, il rosso mantello lo avvolge. Il braccio si ripiega sotto il cappuccio che gli copre la testa e la punta del naso si schiaccia un poco sull’interno del gomito. Dalle labbra dischiuse si sente appena il soffio del suo respiro, mentre una velata luce argentea illumina gli spigoli del suo volto e il contorno e le pieghe dei suoi abiti.

C’è silenzio, tutto è fermo, soltanto pochi fruscii vibrano leggeri nell’aria. La fronte di Dante si contrae un poco, il capo si muove leggermente sul braccio piegato. Piano piano le palpebre si sollevano.

Ecco, ha aperto gli occhi. È ancora intorpidito, ma trovandosi nel buio in mezzo ai cespugli, un leggero brivido gli percorre le membra. Sente la testa girargli e una forte sensazione di inquietudine assalirlo. Che ci fa di notte nel bel mezzo di un bosco?

Si gira lentamente, mettendosi supino, e con le braccia e le gambe si tira su in piedi. Vedendosi davanti la selva che si va sempre più infittendo, prova un trasalimento e si volta turbato dall’altra parte, aspettandosi un’altra distesa di oscure piante aspre e selvagge. Invece no. Poco più in là c’è un varco, da cui proviene una candida e tenue luce.

Gli occhi di Dante brillano di sollievo e curiosità. Si avvia verso la fonte luminosa, facendosi largo tra le piante impreziosite di rugiada. Una volta superata l’apertura, lo inonda il cielo stellato. Improvvisamente ricorda. Sorride, un’indescrivibile sensazione di piacere e d’incanto lo invade. Stelle! Stelle! Stelle!

Avanza, girandosi intorno con la testa per aria, perduta nel firmamento. Era lì.

Si trova in cima a un colle e gli scuri fili d’erba, accarezzati dal mantello e dalla lunga veste, splendono di goccioline, facendo sembrare la distesa di prato colma di perle luccicanti, come se anche la terra fosse piena di stelle.

Dante si ferma. Il corpo e lo sguardo sono tesi agli astri e anche le labbra si incurvano verso il cielo. Era lì.

Lentamente dirige verso il basso lo sguardo, che all’orizzonte si ferma. La luna, come una grande perla, splende poco sopra una collina lontana. Non è completamente piena, ma la luce che emana è così limpida e argentata che la selva alle sue spalle non sembra più così cupa.

Alla vista della fonte di luce che l’aveva portato allo scoperto poco prima, Dante non contiene più la commozione; una lacrima, lucente anch’essa come una stella, gli brilla sulla gota spigolosa e scende giù fino al termine del lungo viso, per poi cadere leggiadra tra le goccioline del prato.

Si siede sull’erba, lo sguardo sempre rivolto alla luna e il lieve sorriso ancora in volto. Dopo poco rivolge ancora il capo verso l’alto e si sdraia tra il firmamento di rugiada, intrecciando le dita dietro la testa. Rimane un po’ così, a contemplare il cielo notturno con gli occhi neri tutti lucidi, tanto pieni di emozione da essere splendenti come le stelle che stanno mirando. Era lì.

Prova una sensazione indescrivibile, una pace interiore e fisica assoluta. Sente il corpo leggerissimo e il cuore caldo nel petto. È entusiasta, Dio è dentro di lui, il suo amore gli scorre nelle membra appagandolo totalmente.

Chiude gli occhi e distende le braccia lungo i fianchi. È tutto concentrato sulla bellezza e la dolcezza della sensazione che lo pervade e le assapora istante per istante.

Riapre piano gli occhi, la volta celeste è cambiata…si tira su lentamente, scrollando dalla veste dei fili d’erba. Le stelle si vedono ancora, ma il cielo non è più scuro, ora è blu, un blu dolce, del colore degli zaffiri d’oriente.

Deve essersi assopito… ma non si rende conto di quanto tempo sia passato da quando si è appisolato, ricorda solo che si era trovato in mezzo al bosco e che c’era il chiarore della luna e poi quelle stelle, che ora stanno tramontando… e quella sensazione meravigliosa… il suo viaggio!

Dante si gira verso la selva: è iniziato tutto lì dentro, o forse no…magari non era la stessa, però era un bosco, ed era cupo e spaventoso. Poi alza lo sguardo al cielo, è terminato lassù…

Si inginocchia appoggiandosi sui talloni, con le mani posate sulle gambe, e guarda lontano. Si chiede se non sia stato tutto un sogno, tutto un frutto della sua mente confusa nel sonno, in cui le opere lette, i personaggi illustri, gli eventi della sua vita e le persone che conosce si sono mescolati. Ma non è così, dei sogni ci si rende conto che sono tali una volta che si è svegli e stavolta non è così.

Tutto si sta rischiarando, le stelle scompaiono piano e piano e la luce del sole emerge timidamente, come anche il viaggio nella mente di Dante, a frammenti tutti amalgamati: gli sovviene l’alba sulla spiaggia del Purgatorio: era così simile a quella di ora! Il cielo è di quello stesso colore, così dolce, così limpido. La sabbia era soffice e la calda voce di Virgilio lo invitava a svegliarsi.

Oh, Virgilio! … riesce ancora a sentire l’incoraggiante calore delle sue mani, che prendono gentilmente le sue, che gli coprono gli occhi per proteggerlo dall’orribile Gorgone nella città di Dite, e che li accarezzano delicatamente per lavarli dalle lacrime e dagli orrori dell’Inferno su quella stessa spiaggia, che ora gli appare tanto vivida nella mente. E poi Catone, lo ricorda benissimo, lo avevano incontrato lì ai piedi della montagna, li aveva scambiati per due dannati evasi dal regno del dolore ed era esattamente come Lucano lo aveva descritto nel suo poema: un saggio vegliardo, lunghi e argentati la barba e i capelli, l’aspetto austero, misurato lo spirito, non nato per sé ma per tutti gli uomini. Sì, era proprio così, come nella Farsalia.

Ora che ci ripensa, Lucano se lo ricorda, ha incontrato anche lui. Rammenta il suo giovane viso e lo sguardo cupo, gli era di fronte quando Virgilio e gli altri lo avevano invitato nella cerchia dei sommi poeti, come se in quello sguardo gli avesse già preannunciato gli orrori che avrebbe visto, persino peggiori di quelle guerre più atroci delle civili che cantò così mirabilmente nel suo poema. Ancora non ci crede di essere stato in sua compagnia e di quella di Ovidio, Orazio, Omero e poi ancora lui, Virgilio, fidata guida, dolce compagno, il suo duca.

Quante lacrime ha versato quando nel Paradiso terrestre non se lo è più trovato accanto! E dopo aver attraversato il fuoco, con quanta emozione ha accolto le sue ultime parole, che lo invitavano a seguire la propria volontà, parole di un re che dà l’investitura al suo cavaliere. Virgilio è stato il maestro migliore che un allievo possa avere, l’amico più vero, che ti salva e conforta in ogni modo, il suo mentore dal sorriso paterno e lo sguardo sicuro e gentile. Che avrebbe fatto senza di lui nel suo viaggio? Si ricorda dello spavento, del freddo e dell’angoscia al centro della terra e il loro rocambolesco salto sul corpo di Lucifero, e le minacce dei demoni e gli svenimenti. No, non ce l’avrebbe mai fatta…a partire dall’inizio, in quella orribile selva, accerchiato dalle belve feroci e ripugnanti. Ricorda il sollievo e soprattutto lo stupore di essersi imbattuto proprio in lui.

Rimembrando l’incontro con Virgilio, a Dante un sussulto scuote le membra. Lui quel viaggio deve raccontarlo…deve narrarlo con la sua poesia!

Gli torna vivido nella mente il saggio ammonimento di Virgilio al suo dubitare di essere degno di compiere tale missione. Chissà… che sia questo il colle luminoso che non riusciva a risalire per via delle fiere che gli impedivano il passaggio? Forse ora è proprio sulla vetta, ha raggiunto la tanto agognata salvezza, dopo aver oltrepassato i regni dell’oltretomba. Torce il busto per voltarsi a guardare indietro. In fondo al pendio effettivamente c’è una selva, ma non si ricorda se fosse proprio quella, poco distante c’è una strada. Si gira di nuovo davanti….Deve subito iniziare a scrivere. Non sarà facile, ma confida in sé, le parole le sa utilizzare, sente che è in grado di riuscirci, anche se forse per rendere certe cose la poesia non sarà sufficiente. Come ciò che ha vissuto nell’Empireo… è stata un’esperienza così intensa, ma anche così ineffabile, tanto che nemmeno le parole più potenti, combinate nella maniera migliore, riuscirebbero a renderla. Ma ci penserà successivamente… quello è il termine del suo viaggio. Ora deve pensare all’inizio, a come raccontare la partenza, l’alba della sua avventura!

I primi raggi sbucano dalle colline lontane. Dante giunge le mani e chiude gli occhi, prega in silenzio. Ha bisogno di rimettere ordine nei suoi pensieri e nei suoi ricordi. Sta un po’ così, mentre pian piano l’aurora si estende sul panorama. Riapre gli occhi, poco lontano dal fondo del colle c’è Firenze, adesso riesce a distinguerla bene. La sua odiata, ma soprattutto amata Firenze… il pensiero che un giorno se ne dovrà allontanare per sempre per un attimo gli stringe il cuore… ma lo caccia via, non è il momento di pensarci. Deve riflettere su come realizzare la sua opera, come raccontare il suo viaggio.

Si tira su in piedi, si sente un po’ affaticato, ora sente di più il peso del corpo e si incammina lungo la discesa che lo porta alla strada notata poco prima nei pressi del bosco.

Intanto che prosegue con l’andare grave e mansueto, la natura tutt’intorno si risveglia: gli uccellini cinguettano e le margherite dischiudono i bianchi petali. Anche una vipera si ridesta, nascosta sotto un masso, e, presa come da uno slancio improvviso, sgattaiola fuori fiondandosi in mezzo alla strada come un dardo. Vedendosela sfrecciare davanti, Dante si immobilizza, colto per un attimo dallo spavento, fin quando il rettile scompare al lato della strada in mezzo ai cespugli.

Per un momento il poeta resta fermo, poi però si lascia scappare un sottile sorriso. Gli ritornano in mente Lucano e il deserto di Libia, abitato dai feroci serpenti che trafiggono e dilaniano le truppe di Catone…sì Catone ancora gli sovviene: con che onestà e misura ammonì lui e le anime sulla spiaggia, esortandoli a intraprendere la scalata purificatrice! Si erano messi ad ascoltare Casella che cantava: che bella e leggera era la sua voce! Tutti, pieni di ammirazione e curiosità, gli si erano riuniti attorno. Cantava proprio una sua lirica: “Amor che ne la mente mi ragiona”, con una dolcezza che ancora riesce a sentire. Nessuno potrebbe interpretare, meglio di Casella, una sua poesia, con quella sua naturale e soave limpidezza.

È talmente immerso nel ricordo del canto dell’amico che a labbra chiuse e appena , tra sé e sé, si canticchia la melodia, mentre ricomincia a camminare lungo la strada.

E fintanto che è preso dalla musica, il cielo si colora di azzurro e il sole si sposta lentamente sempre più in alto.

Il poeta, dopo aver proseguito per un po’, giunge alle porte della città. Si ferma. Le scure pupille gli fremono, il pensiero dell’esilio lo assale di nuovo e gli fa venire un senso d’inquietudine… gli compare nella mente Farinata degli Uberti, che fiero e statuario si erge dal sepolcro in fiamme davanti ai suoi occhi e gli predice il destino in maniera oscura; e poi Cavalcante de’ Cavalcanti che gli chiede del proprio figlio piangendo: pover’uomo… ancora si dispiace di non avergli detto che Guido è vivo e sta bene. Già, Guido… dovrebbe andare a trovarlo.

Fa un respiro a pieni polmoni e prosegue entrando in città. Le vie sono ancora deserte, ma si iniziano a sentire i rumori di alcune finestre che si aprono e il vociare indistinto di due uomini in procinto di aprire una bottega. Da una porta esce una bambina con un fazzoletto legato dietro la nuca, in una mano sorregge mollemente un secchio, mentre con l’altra si copre la bocca che si apre in un assonnato sbadiglio. Appena vede arrivare Dante, avvolto nel mantello rosso e col viso austero e turbato, si sofferma a guardarlo.

Il poeta rallenta il passo, gli occhi sono seri e un po’ malinconici. Si ferma davanti alla bambina, ma non la nota, alza lo sguardo assorto e inclina leggermente il capo da un lato e d’un tratto cambia espressione: gli occhi gli si illuminano. La bambina lo fissa incuriosita, si chiede cosa stia facendo quell’uomo, a cosa stia pensando. Dante volge lo sguardo, sempre assorto, davanti a sé, ancora con quell’espressione luminosa in volto, e si rimette a camminare, ma a passo più svelto, come se un pensiero improvviso gli abbia ricordato una faccenda da sbrigare al più presto. La bambina lo segue cogli occhi, fin quando l’ultimo lembo del mantello fluttuante scompare in fondo alla via.

Finalmente è nel suo studio, si richiude la porta alle spalle e si toglie mantello e cappuccio, gettandoli su una sedia con lo schienale alto. Si passa le dita tra i capelli neri e crespi, per poi incrociarle dietro la nuca, lo sguardo rivolto al soffitto. Si sente di nuovo come in cima a quel colle: il corpo leggero, la mente persa e concentrata allo stesso tempo. Va verso il tavolo, cerca delle carte in mezzo ai libri e ai rotoli sparsi. Ne prende una, fa spazio sulla superficie del banco e la posa lì, bianca e intatta. Ma Dante non si siede, ancora l’inizio non gli è chiaro nella mente. Ha già deciso il metro del suo poema: sarà in endecasillabi raccolti in terzine e le rime saranno incatenate e poi lo dividerà in tre parti, dedicate ad ognuno dei regni dell’oltretomba, ognuno con trentatré canti e sarà nella sua lingua, il fiorentino. E il titolo? Ci vuole un titolo adatto… ci penserà dopo.

Inizia a camminare avanti e indietro dalla porta alla finestra dello studio, passando davanti al tavolo e a quel foglio bianco. È come immerso in una dimensione sospesa, il cuore gli batte nel petto come un solenne tamburo. Deve scrivere, lo sente come un bisogno istintivo, ma ancora non gli emergono le giuste parole, nonostante le senta vicinissime. Non è la prima volta che si sente così, anche con le altre poesie ha provato quest’indescrivibile sensazione, quando componeva le sue liriche d’amore, quelle per Beatrice… Beatrice! Sente il suo sorriso sfiorargli il cuore, che nel suo sacrale battere, per un attimo ha un dolce sussulto.

Ma stavolta è diverso, non Beatrice stessa, ma la sua sola luce, l’essenza stessa del sentimento che risente nascere ora è un’energia che gli scorre nelle membra e gli fa emergere la poesia. Torna lì nell’Empireo dinanzi a Dio, dinanzi al suo splendore ineffabile, al suo amore assoluto. Dante si sente invadere tutto di piacere, il viaggio gli scorre, a ritroso, tutto nella mente: i canti gioiosi degli spiriti del paradiso, gli angeli… persino il pensiero dell’esilio ora non lo intimorisce più, il suo avo Cacciaguida lo sente vicino come non mai. E poi giù dalla montagna attraverso i suoi impervi sentieri fino alla spiaggia. E ridiscende nelle viscere dell’inferno, i demoni, le sofferenze  e in tutto il suo viaggio i nomi degli illustri personaggi che ha visto gli risuonano nella testa. E poi sale, sale ancora tutti i gironi ed è di nuovo là in quel bosco…

Si siede davanti al tavolo, afferra il calamaio con l’inchiostro, prende tra le dita la penna, osserva quella carta bianca, tutto fremente e concentrato. Ha ripercorso tutto il viaggio in un lampo ed ora è là, dove tutto è cominciato ed è immobile. Risente i suoni lugubri della foresta buia, la sensazione di inquietudine e perdizione. È adesso che incomincia la sua impresa.

Intinge la penna nell’inchiostro, mette la mano sul foglio. Trattiene il respiro. Scrive:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la dritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte,

che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara, che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò dell’altre cose ch’i’ v’ho scorte

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