Intervista a Mariapia Veladiano

La scuola è da sempre luogo di confronto, terreno fertile per la costruzione di nuovi paradigmi sociali e culturali con uno sguardo attento al passato e sognante al futuro. Tuttavia, nell’attesa del domani, al desiderio di formarsi per affrontare nuove sfide si contrappongono le incertezze del presente, di un mondo in continua evoluzione, che sembra lasciare poco spazio alle aspirazioni dei giovani e acuisce le tensioni intergenerazionali.

La crisi pandemica, le morti bianche del PCTO e i conflitti odierni smuovono la società dalle fondamenta, mettendo in discussione gli attuali modelli educativi e rendendo impervio il tragitto della nuova generazione.

La scrittrice Mariapia Veladiano, che nei suoi romanzi e saggi restituisce spessore al valore della dialettica e alla scuola come “palestra di vita”, si rende oggi disponibile a un confronto sul tema, rispondendo ad alcuni dei grandi interrogativi sulla scuola del passato, del presente e del futuro.

Si ha spesso la percezione di una scuola che vuole riprodurre meccanismi del mondo lavorativo, basato su principi di competizione e ricerca dell’eccellenza. Condivide questo punto di vista? A suo avviso, l’odierno sistema scolastico ha una tendenza compulsiva ad allineare i giovani al mercato del lavoro?

“Sicuramente per chi sta nella scuola da tanto tempo c’è stata un’evoluzione o meglio un’involuzione in questo senso: un’eccessiva influenza del mondo economico sulla scuola ha fatto sì che questa abbia acquisito un linguaggio economicistico, in ultima analisi, mortificante, che non riconosce la sua singolarità. Basti pensare che si è sostituito il termine “riparare”, che è un termine bellissimo, in quanto valorizza la persona nella sua individualità e nel lavoro che si compie per migliorarla, con termini quali “crediti” e “debiti”. L’adozione del linguaggio economicistico ha cambiato la percezione che si ha dell’apprendimento: la scuola è il luogo della riparazione solidale, dove non bisogna essere in “debito” per un’insufficienza, ma avere il supporto di chi possa aiutarci a migliorare. Insomma, c’è poco da dire: la parola debito è proprio brutta!

Io credo che la scuola debba avere un unico compito rispetto al mondo del lavoro, ovvero quello di preparare ragazzi competenti a essere flessibili e a comprendere la complessità della società con tutti gli strumenti culturali, in modo da non arrivare ad imitarla in futuro, perché l’eccessiva volontà di inquadrare gli studenti nel mondo del lavoro comporta la mortificazione della loro capacità creativa. Il compito della scuola non è riprodurre la società, in cui l’ingiustizia e la disuguaglianza sono ancora insite, ma offrire ai ragazzi gli strumenti per costruirne una migliore.”

Come si fa ad insegnare a noi studenti ad essere collaborativi e a mettere da parte la competizione in un mondo in cui sembra la cosa principale?  Cosa direbbe a quei professori che stimolano la competizione tra i ragazzi, credendo che sia un utile metodo didattico?

“La collaborazione tra gli studenti può sicuramente essere insegnata  attraverso  il metodo dell’apprendimento cooperativo della scuola di Don Milani: studi importanti dimostrano che nelle classi in cui vi è una corresponsabilità dei risultati e collaborazione, invece di esclusione e separazione degli studenti migliori da quelli meno studiosi, si raggiungono risultati migliori sia a livello scolastico, che a livello umano: la competizione stressa, accelera i tempi e lascia indietro coloro che non reggono queste dinamiche o che semplicemente non hanno interesse nel primeggiare sui compagni.  Quindi no, non sostengo affatto la scuola competitiva.”

I dati sull’occupazione giovanile in Italia sono preoccupanti. Basti pensare che il 33% della popolazione con età compresa tra i 18 e i 30 anni è al momento disoccupata. La scuola sembra che ci stia preparando ad affrontare un mondo che non è pronto ad accoglierci. Cosa sente di dover dire a uno studente che deve scontrarsi con questa realtà?

“Questi dati mostrano che la disoccupazione colpisce di meno i giovani che hanno conseguito un titolo di studio superiore. L’Italia è uno dei paesi d’Europa, in cui la pandemia sta causando la riduzione della quota di iscritti all’università; già prima era in coda rispetto ad altre nazioni, perché il diritto allo studio, termine tecnico con il quale viene indicato l’insieme delle misure economiche di intervento per sostenere gli studenti meno abbienti nel percorso di studi, in Italia attualmente è carente: non ci sono ancora condizioni tali da permettere a persone con difficoltà economiche di sostenere in maniera adeguata le spese universitarie.

Il consiglio che mi sento di dare è quello di cercare di migliorare a tutti i costi la propria condizione culturale, puntando ad acquisire una conoscenza che sia generale e più onnicomprensiva, poiché il mondo del lavoro che ci sarà in futuro è a noi ignoto ed è importante ottenere competenze applicabili a qualsiasi contesto lavorativo. È anche per questo che il discorso sull’alternanza scuola-lavoro è fragile, perché in molti casi vengono proposti percorsi che assecondano il mercato del lavoro di oggi, ignorando l’evoluzione a cui lo stesso andrà incontro. Nonostante l’importanza della formazione personale, è quindi innegabile la centralità di cui deve godere il percorso educativo e culturale.”

Come ha esposto nel suo libro “Parole di scuola”, la meritocrazia non trova spazio nella realtà scolastica, perché le differenze sociali e culturali degli alunni rendono impossibile avere dei criteri oggettivi per la valutazione. In quest’ottica, a cosa servono i voti? Secondo lei sono comunque strumenti didattici utili?

“Una conferma di quanto appreso dallo studente ci deve essere, per questo non sono contraria alle valutazioni, ma all’uso che spesso se ne fa: nella scuola di cui ero preside, in Trentino, non si poteva mettere meno di quattro in pagella, poiché, sebbene indichi uno studio insufficiente, può essere recuperato attraverso l’impegno, senza penalizzare irreparabilmente l’andamento scolastico. Soprattutto per lo studente risulta meno umiliante di un due. Il voto dovrebbe essere uno strumento di trasparente restituzione della situazione scolastica di un alunno, senza essere mai mortificante. Ciò si può ottenere rendendo noti i criteri di valutazione di un compito di qualsiasi disciplina, attuando piani di recupero solo per unità didattiche in cui la valutazione non risulta sufficiente, e, in sede di scrutini, non basandosi sulla media strettamente matematica, ma tenendo conto dei progressi fatti nel corso del tempo. Perciò da un lato la valutazione deve essere uno strumento propositivo per lo studio senza mai essere umiliante, dall’altro deve mettere in atto quelle modalità di valutazione che gli studi sulla didattica hanno da tempo reso noti.”

In base alla sua esperienza, i voti in condotta sono davvero oggettivi? In che modo sono costruttivi e in che misura sono dannosi?

“Sicuramente sono necessari, ma bisognerebbe ottenerli dall’uso di griglie valutative oggettive, evitando di basarsi sulle prime impressioni nei confronti di uno studente, né deve essere penalizzante per quelli più timidi, solo perché risultano meno partecipi degli alunni estroversi. Nella scuola dove lavoravo si teneva conto della disponibilità ad aiutare i compagni in difficoltà, della propensione a mettere a disposizione le proprie conoscenze e i materiali, in generale delle capacità sociali. Io sono favorevole a mettere un voto in condotta, che però sia basato su osservazioni sistematiche lungo tutto il corso dell’anno scolastico e che assuma una nuova dicitura, magari di ‘capacità relazionali’, oppure potrebbe non trattarsi di una valutazione numerica ma di un giudizio espresso a parole.”

L’ambiente scolastico potrà mai diventare meritocratico?

“Io credo che la scuola debba diventare sempre più cooperativa, una comunità in cui si apprendono i valori e gli aspetti fondamentali della vita. Poi deve anche essere senza dubbio di altissima qualità, ma non selettiva, perché c’è un’importante distinzione da fare: la selezione lascia indietro, mentre la scuola pensata come eccellenza della qualità si pone l’imperativo di recuperare in ogni momento chi rischia di rimanere indietro. La meritocrazia può essere il punto di arrivo di un percorso in cui bisogna accertarsi di aver fatto di tutto per superare le differenze di partenza dei ragazzi, dovute alla condizione sociale, economica e, in definitiva, culturale.”

Alla luce della sua esperienza, quale deve essere la prima preoccupazione di un dirigente scolastico al fine di far funzionare la comunità della propria scuola?

“Creare dei meccanismi di compartecipazione agili anche fuori dai decreti delegati, che instaurino una rete di corresponsabilità, implementando le risorse all’interno dell’ambiente scolastico. Si potrebbe, ad esempio, attivare una rotazione settimanale di incontri, anche in modo informale, con i rappresentanti degli studenti, individuare tra i ragazzi dei responsabili di corridoio, che garantiscano il corretto funzionamento dei servizi e vigilino il decoro della scuola. Insomma, è fondamentale instaurare un clima di collaborazione e di corresponsabilità, dove i problemi non vengano visti semplicemente come tali, ma come un’opportunità costruttiva per migliorare l’ambiente scolastico.”

Quali sono i metodi didattici alternativi e non convenzionali che nella sua esperienza sono più efficaci di quelli tradizionali?

“Io sono una grande sostenitrice dell’apprendimento cooperativo, molto più della flipped-class, che non può essere applicata in ogni contesto.

Questa modalità permette ai ragazzi di mettere in comune le proprie conoscenze e di impostare un’esposizione davanti alla classe, migliorando anche le competenze relazionali. Inoltre, gli strumenti tecnologici, ben utilizzati dagli alunni, permettono una migliore realizzazione dei lavori.

Specialmente nella scuola media si dovrebbe invece recuperare l’aspetto pratico dell’apprendimento, che consiste nella capacità di fare esperimenti, di costruire un prodotto al fine di mettere in pratica i numerosi principi teorici che si apprendono.”

Che consigli darebbe agli studenti che vivono male la scuola e che hanno difficoltà a gestire l’ansia?

“Il gruppo classe può aiutare a contenere l’ansia scolastica di uno studente, che può avere svariate cause, diverse da individuo a individuo, ma un gruppo classe molto unito, non giudicante, che mette in moto meccanismi anche semplici di sostegno reciproco può avere un effetto benefico, per questo si dovrebbe lavorare soprattutto sulle dinamiche tra compagni di classe.

Per quanto riguarda i professori, è sicuramente essenziale che vengano percepiti come autorevoli perché per i ragazzi studiare non è naturale ed una piccola quota di tensione è un incentivo ad impegnarsi. Ma gli insegnanti che puntano tutto sulla paura e la vergogna come motore di apprendimento sicuramente non sono in grado di fare questo mestiere: l’apprendimento associato alla paura non è duraturo, anzi, tutte le nozioni che si acquisiscono vengono subito dopo dimenticate proprio per mancanza di passione e amore per la materia studiata. Non è facile far cambiare un insegnante che da tempo si avvale di queste metodologie, soprattutto per uno studente, ma ci dovrebbe essere un lavoro contenitivo da parte del consiglio di classe, anche se non sempre è efficace.”

La pandemia ha allontanato gli studenti da un’attiva e sentita partecipazione alla vita scolastica. A suo avviso, qual è il primo passo che andrebbe compiuto per ritrovare il senso di appartenenza alla comunità studentesca?

“Far ripartire tutto appena possibile, che si tratti di gruppi sportivi, teatrali, musicali, di lettura. Purtroppo, in realtà ci sono ancora in gioco la paura e l’incertezza, soprattutto davanti all’imprevedibilità del futuro.

Il distanziamento ha creato isolamento ed è per questo che bisogna far ripartire in sicurezza l’unica realtà che vede i giovani veramente protagonisti: la scuola offre la possibilità di uscire dall’ambiente della famiglia e di aprirsi, il che è fondamentale, in quanto l’equilibrio dei ragazzi ha bisogno di apertura verso il mondo.”

 

 Jeta Gashi e Ginevra Mazzoni

 

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