INTERVISTA IMPOSSIBILE A DANTE ALIGHIERI – III

Dantedì 2022… Anche questo 25 marzo non poteva passare inosservato, soprattutto per i miei studenti della classe 3 L ai quali per l’occasione ho affidato un lavoro insolito. Ho loro commissionato un’intervista “impossibile”, così definita perché il loro estro unito alle loro conoscenze aveva il compito di riportare in vita niente meno che il Sommo Poeta… E a giudicare dai lavori realizzati, non è poi così impossibile riconoscere la perenne vitalità del padre della lingua italiana, che a quanto pare riesce a farsi ascoltare dai giovani di ogni generazione!

Prof.ssa Maddalena Santacroce 

 

 

Intervistatore: Antonio Dikele Distefano (scrittore e direttore di Esse magazine)

 

I: Oggi abbiamo con noi un ospite speciale, un uomo che ha cambiato la storia della letteratura italiana, che per tutta la sua carriera ha portato avanti le sue battaglie e i suoi valori senza mai ritrattare. Ho il privilegio di presentarvi qui, su questo palco, Dante Alighieri!

D: Buonasera, buonasera a tutti.

I: Ciao Dante, come stai? Tutto bene?

D: Sì sì, sicuramente il viaggio è stato più comodo e veloce che ai miei tempi.

I: Non ne dubito. Innanzi tutto ti ringrazio per aver accettato il mio invito per quest’intervista, per me è un grande onore poter parlare con uno degli uomini che più stimo all’interno del panorama letterario italiano.

D: Ed io ti ringrazio per l’invito e per i complimenti.

I: Vorrei iniziare l’intervista mostrandoti due immagini, e mi dici a cosa ti fanno pensare e ci racconti qualche aneddoto, va bene?

D: Certo.

I: Ecco la prima.

(Guido Cavalcanti)

D: Beh, c’è tanto da dire di Guido, ci siamo conosciuti una vita fa, poi ognuno ha preso la sua strada. Da ragazzi eravamo sempre insieme, abbiamo anche iniziato a studiare filosofia nello stesso periodo, a Bologna. Poi le nostre visioni hanno cominciato ad essere sempre più discordanti e ci siamo divisi. Parlando di poetica, l’ho sempre stimato, nonostante fossimo molto diversi, l’ho citato varie volte in più opere e gli ho dedicato un sonetto. Dal punto di vista umano, invece, come ho scritto nella Vita Nova, è stato il mio primo amico nel mondo letterario. Poi però, la situazione era diventata più complessa: nel mio periodo da priore sono stato costretto, a malincuore, a esiliarlo perché stava causando problemi a livello di ordine pubblico e da lì non ci siamo più visti né sentiti. Un ricordo particolarmente felice che ho di quei tempi sono le “tenzoni”, che, per chi nel pubblico non lo sapesse, erano gli scambi di strofe o poesie tra poeti in cui si discuteva di vari temi, ed in cui i toni potevano essere più o meno accesi. Ricordo che ci divertivamo davvero tanto a scrivere quelle strofe.

I: Sarai felice di sapere che, seppur in chiave un po’ diversa, questa tradizione è proseguita. Ora si parla di freestyle, che nel rap è qualcosa di molto simile.

D:Ne ho sentito parlare, sì, però è un po’ troppo volgare per i miei gusti. Ai miei tempi le offese non erano così pesanti, e cercavamo di renderle un po’ più sofisticate.

I: Da appassionato di rap sono però costretto a farti notare che rispondere al volo pensando al momento a ciò che si vuole dire è un po’ più complesso.

D: Devo ammettere che anche tu non hai tutti i torti.

I: Se vuoi chiamiamo qualcuno e ti organizziamo un battle freestyle con qualche rapper italiano per vedere chi ha ragione!

D: Non mi tiro indietro, tu organizza e vediamo come va a finire, ahahahah!

I: Passiamo alla seconda immagine?

D: Va bene.

I: Eccola.

(Beatrice)

D: Così mi metti in difficoltà.

I: Come mai? Pensavo di metterti a tuo agio con questa immagine, dopo tutto ciò che hai scritto negli anni su di lei.

D: È proprio questo il punto: ora devo trovare qualcosa da dire che non abbia già scritto. A Beatrice ho dedicato gran parte della mia produzione poetica, tra cui un’opera come la Commedia, che ancora oggi riconoscete come una delle più iconiche e innovative della storia italiana. Ne ho parlato in ogni modo possibile e impossibile, e totalmente senza secondi fini. È che lei ha suscitato in me qualcosa che nessun’altra aveva mai fatto prima, mi ha letteralmente scombussolato l’anima. Come dicevo all’inizio della Vita Nova, è stato davvero sconvolgente; eravamo ancora bambini, eppure già sentivo che c’era qualcosa di anomalo. Ecco, una cosa che ha diviso me e Guido, come ti dicevo prima, è proprio questa: l’Amore che ho provato io, nonostante sia stato fortissimo e sconvolgente, non mi ha mai fatto perdere la ragione. Lui invece era molto più negativo sotto questo aspetto, non riusciva a vedere l’amore come un qualcosa che ti migliora, che ti eleva, ma solo come una fonte di rovina.

I: Capisco. Mi vuoi raccontare qualcos’altro o passiamo alla prossima domanda?

D: Sono curioso di sapere cos’altro hai in serbo per me.

I: Ok. Prima abbiamo parlato di rap e letteratura, giusto?

D: Giusto.

I: Un aspetto chiave per la maggior parte dei rapper è la territorialità. Ognuno, chi più chi meno, tende a rimarcare le proprie origini e a parlare positivamente della terra da cui provengono e che li ha influenzati come artisti e come persone, in particolare i rapper romani. Quanto ha inciso Firenze nella tua carriera e nelle tue opere?

D: Tantissimo, poi come sai il mio rapporto con Firenze si è interrotto bruscamente. Amavo ogni cosa della mia città, e sapere che non ci sarei potuto più tornare è stata una doccia gelata per me. Ho vissuto un bruttissimo periodo dopo l’esilio, ancora mi trema la voce a parlarne. Ho cercato in ogni modo di tornare a Firenze nei primi anni d’esilio, mi mancava davvero tanto. A Firenze sono nato, cresciuto, ho studiato, ho conosciuto tutte quelle persone che hanno ispirato la mia arte, tra cui le due di cui parlavamo prima, Guido e Beatrice. Ho scelto di partecipare alla vita politica della città, oltre che per l’amore per la politica stessa, anche per amore di Firenze, per renderla un luogo migliore; poi è andata com’è andata, insomma.

I: Dopo l’esilio hai girato molte città e lavorato per molti signori. In questo ti vedo molto simile a un rapper, Inoki, non so se lo conosci.

D: No, mi dispiace.

I: In breve lui ha sempre amato Bologna, la sua città, però fin da giovane ha vagato per l’Italia e all’estero per il semplice gusto di cambiare e scoprire cose nuove, nuove culture. È stato così anche per te dopo l’esilio?

D: In primis bisogna considerare che la mia non è stata una scelta ma, soprattutto all’inizio, una necessità. Avevo bisogno di qualche signore che mi ospitasse nell’attesa di tornare a Firenze. Poi, quando ho capito che non c’era speranza di rivedere il mio amato battistero di San Giovanni, ho scelto di cambiare varie signorie, non tanto per scoprire ma più per vivere al meglio gli ultimi anni e per trovare le migliori condizioni possibili per terminare le opere che avevo iniziato, tra cui la Commedia. Ecco, in quegli anni più che girare alla ricerca di nuove culture la mia necessità era mantenermi e terminare la Commedia, quindi non mi ci rivedo molto. Tanto che a Ravenna, dove ho trovato le condizioni ideali per terminare l’opera, mi sono fermato.

I: Parlando di Firenze mi hai citato la politica e i tuoi mesi da priore.

D: Sì

I: Ecco, quanto è importante secondo te la politica nella vita delle persone?

D: Secondo me interessarsi alla vita della città è fondamentale e vedere che 700 anni dopo di me si è arrivati ad un momento storico in cui le persone si stanno disinteressando alla politica è triste. I giovani non credono più nella politica, ne parlano come se fosse un qualcosa di lontano da loro. Eppure la cittadinanza è importante, non è bello rimanere passivi nei confronti della propria città e del proprio Paese. Sulla politica dei miei tempi ci ho scritto un trattato e non me la sento ora come ora di scriverne un altro su quella attuale, che è decisamente più complessa.

I: Un’ultima domanda poi ci salutiamo.

D: Vai.

I: Quanto è differente la concezione di istruzione e cultura attuale da quella dei tuoi tempi?

D: Allora, in primis sono felice di sapere che il sapere basilare è arrivato ad essere alla portata di tutti. Ai miei tempi la maggior parte delle persone non sapeva leggere né scrivere. Se non serviva per portare avanti il lavoro di famiglia non si studiava, mentre ora anche se si vuole andare a lavorare il prima possibile un minimo di cultura generale la si ha. A malincuore vedo che studi come la teologia che tanto ho amato sono arrivati ad essere marginali. Invece mi rasserena il fatto che ci siano tanti ambiti più o meno nuovi in cui specializzarsi per cui ognuno può cercare e trovare la propria strada.

I: Qui mi vedo costretto ad interrompere però. Attualmente i ragazzi sono più smarriti che mai: la società muta rapidamente e i giovani faticano a trovare appigli stabili. Inoltre c’è un grosso problema, che è quello della disoccupazione, pressoché inesistente nella tua epoca, dato che il lavoro spesso si tramandava di padre in figlio, soprattutto nelle classi povere.

D: Ah, ormai la mia visione del mondo è antiquata, dovrò aggiornarmi; anche se vedo che tante persone ritengono le mie opere ancora attuali e valide. C’è chi definisce la Commedia “opera mondo”, quindi presumo di potermi definire moderno, quasi perennemente nuovo!

I: Hai ragione, non ci stancheremo mai di leggere ciò che hai scritto. Ti ringrazio di nuovo per aver partecipato a questa intervista. È stato davvero un onore e un piacere poter parlare con una figura così iconica della nostra storia!

D: Il piacere è tutto mio. Ringrazio il pubblico per l’attenzione e vi saluto.

 

Federico Cacciamani 3 L 2021/2022

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