Ricordo di Giacomina Bini

Ripubblichiamo oggi, nel decennale della scomparsa dell’amata professoressa Giacomina Bini – mancata il 3 giugno 2010 all’età di 64 anni -, un articolo commemorativo che uscì sull’edizione del 2011 dell’Ippogrifo.

Collega amata e stimata, maestra di tanti giovani usciti dal nostro Liceo, docente esperta, persona gentilissima e indimenticabile per coloro che l’hanno conosciuta, nonostante fosse in pensione era ricordata da noi tutti con grande affetto. Nella nostra scuola aveva prestato a lungo la sua opera.

 

L’ultima volta che ho parlato con Giacomina è stato nel maggio 2009, proprio davanti alla sede del liceo. Ci incontrammo per caso, io mi dirigevo a scuola e lei passava di là. Era da poco uscito il numero speciale dell’Ippogrifo per i venticinque anni del giornale e lei era venuta, la settimana prima, alla sua presentazione ufficiale. Ci fermammo e mi salutò con il consueto affetto. E poi, con l’entusiasmo di sempre, che io le conoscevo, prese a parlare di un articolo che avevamo pubblicato, che aveva letto con attenzione: quello sul Codex Aesinas della Germania di Tacito, di cui anche lei a suo tempo si era occupata. Mi raccontò una di quelle storie incantevoli con cui sapeva sempre affascinare chi l’ascoltava, con la vivacità e la passione che le accendevano lo sguardo quando parlava di queste cose. Di come quel codice preziosissimo fosse stato anni prima portato al Liceo classico di Jesi – occasione irripetibile e unica – perché gli alunni potessero ammirarlo, di come i suoi ragazzi ne fossero rimasti impressionati, delle loro dita sospese a mezz’aria a pochi centimetri dalle antichissime pagine… Era così, Giacomina: aveva il dono di trasferire emozioni; di farti amare, e non solo conoscere, le cose che lei amava e conosceva a fondo. Naturalmente rimasi molto colpita dalla storia e le proposi di raccontarcela sul giornale dell’anno successivo, in uno dei bellissimi articoli con cui l’aveva arricchito fin dal suo sorgere. Ci mettemmo d’accordo per sentirci un po’ più avanti, che le avrei telefonato e mi avrebbe dato maggiori ragguagli e documenti. Non sapevo, quel giorno, che non ci saremmo più viste.

Chi ha studiato in questo liceo, o qui insegna essendovi passato prima da alunno, sente queste mura come qualcosa di più che un posto di lavoro. Capita, tra questi corridoi, di sentirsi un po’ come a casa, e di avere un affetto speciale per le persone insieme alle quali è capitato di fare un tratto di strada. Negli anni delle superiori, conobbi la professoressa Bini come docente amata e stimata, una dei molti bravi docenti che insegnavano qui: e, seppur non da sua alunna, ebbi modo di ammirarne le qualità. Da docente alle prime armi, la ebbi come collega più anziana della mia stessa materia, fonte di spunti e suggerimenti utilissimi su come organizzare il lavoro, esempio stimolante e interlocutrice esperta ed acuta su tante questioni di studio e d’insegnamento. Il documentarsi e l’aggiornarsi non erano per lei semplicemente un dovere, ma – come è sempre per un professore motivato – un piacere e un mezzo di arricchimento spirituale e umano. Giacomina aveva una cultura autentica perché personale, molto al di là di un semplice bagaglio di conoscenze specifiche: sapeva trarre dalle sue molte letture degli stimoli fecondi e vivi, sapeva coltivarli e creare percorsi autonomi di ricerca. Soprattutto, sapeva trasmetterli e condividerli: negli scambi tra colleghi in sala professori, quei ritagli tra un’ora e l’altra prima di entrare in classe che spesso risultano più fruttuosi e ricchi di intere lunghe riunioni, emanava dal suo modo di discutere insieme il piacere della condivisione, la cultura generosa e disinteressata del confrontarsi, del tutto aliena da personalismi e rivalità. Forse è questa la cosa di cui, come collega, le sono stata più grata: l’incondizionata disposizione allo scambio di conoscenze e di idee, la freschezza del suo appassionarsi a ogni nuova questione, la modestia di cui si vestiva la sua cultura. La capacità di stimare, che la faceva stimare.

Alle generazioni di alunni che per trent’anni hanno avuto la fortuna di ascoltare le sue lezioni ha trasmesso il suo amore, insieme alle sue conoscenze sulla letteratura dei Greci e dei Romani. Ed è per questo che ha saputo far vivere davanti agli occhi dei suoi studenti la storia, la poesia, il pensiero di quelle civiltà. Che ha saputo far parlare quei testi, farne vibrare le corde leggendoli nelle loro lingue e nei loro ritmi, portare davvero la voce degli antichi e il loro sguardo sul mondo alle orecchie e agli occhi di chi li andava affrontando, con fatica e con gioia, ogni giorno, sotto la sua guida. Per questo tutti quelli che sono stati suoi alunni la ricordano con tanto affetto e tanta gratitudine: c’è qualcosa che va al di là di un voto, di un’interrogazione, di una pagella che certifichi legalmente le competenze raggiunte; qualcosa che resta anche quando, per il tempo trascorso, di quel che si era studiato si è dimenticato quasi tutto. è il percorso che si è compiuto, le emozioni e i pensieri che hanno coltivato la mente e il cuore, l’affetto di chi ha dedicato la sua vita a donarceli, o meglio, a farli nascere in noi.

Mi scuso per gli accenti così personali di questo scritto. Ma per ricordare davvero qualcuno che abbiamo amato e stimato non possiamo evitare di dire che cos’abbia significato per noi. Per ciascuno il ricordo è diverso, ha diverse sfumature e riferimenti, come in un mosaico di tante tessere colorate: eppure è spesso nella diversità delle esperienze e dei ricordi che si nasconde il sentimento comune, riconoscibile e condiviso.

Di frequente, quando in classe mi capita di fare lezione su argomenti di cui avevamo discusso con Giacomina – ed è inevitabile e costante perché sono le stesse materie, le stesse classi -, mi tornano in mente mille particolari, frasi, problemi di cui lei aveva parlato. A volte non posso fare a meno di nominarla. Spesso, prendendo in mano un libro acquistato perché consigliato da lei – o proprio i suoi libri, quelli che adesso sono nella nostra biblioteca d’istituto, su alcuni dei quali, materialmente, studiai da universitaria perché me li aveva prestati (come faceva sempre, generosamente, con scolari e colleghi) -, ho l’impressione di ritrovare parte di lei tra le pagine, nelle note scritte a matita ai margini e tra le righe, nei passi commentati insieme, riconosciuti dalla memoria visiva. E capita a volte, anche nella vita di tutti i giorni, in piccole memorie particolari che spuntano, divaganti, fuori contesto, di ricordare un aneddoto da lei narrato, una ricetta di cucina (sua grande passione!) passata anche nel mio bagaglio domestico, un quadretto di vita vissuta, il titolo che mi aveva suggerito di un manuale sull’allevamento di infanti, utilissimo quando mi cimentai nell’impresa. C’è allora un sentimento misto di tristezza e di consolazione, di grata malinconia. Quello che è stato, che abbiamo dato, lasciato agli altri, in qualche modo resta, e vive, e noi viviamo con esso.

Patricia Zampini

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